Una dettagliata biografia di Alberto Rabagliati (Milano, 26 giugno 1906 – Roma, 7 marzo 1974) è attualmente in corso di preparazione. Per ora, proponiamo la trascrizione del racconto che lo stesso “Raba” ha fatto di se stesso durante  la trasmissione radiofonica Special oggi nel luglio del 1973, alle soglie della propria esistenza.


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«Alberto! Alberto!»

Non sono voci di oggi, targate 1973. Sono voci di ieri, targate 1940. Non invocano Alberto Sordi. Invocano me!

«Albertone! Alberto mio! Come sei bello! Alberto, ti amo!»

Sì, era il periodo in cui io cantavo canzoni che parlavano di me. Ve la immaginate oggi la Vanoni che canta: «quando canta la Vanoni fa così… dettagli!». Eh, non sarebbe ammissibile. A quei tempi sì. Il divismo era divismo sul serio! Sarò sincero: a volte lo rimpiango, e rimpiango perfino i tempi magri e strani in cui m’affacciai, senza volerlo, nel mondo favoloso dello spettacolo. Forse perché avevo allora 18 anni… era il 1926.

«No! È morto, è morto! Rudy! È morto Rodolfo, Rodolfo Valentino!»

Come pioveva il giorno del suo funerale! Ma pur nello straziante momento che faceva battere a lutto i cuori di mezzo mondo, un funzionario della Fox Film di Hollywood ebbe l’idea di sfruttare la circostanza.

«Hai letto? La Fox Film indice un concorso per cercare un nuovo Rodolfo Valentino. Perché non concorri anche tu?»

«Io? Ma se sono biondo, ho gli occhi azzurri e ho le lentiggini. Questi cercano un tipo italiano, coi capelli neri, lisci, e le basette ».

«Ultime notizie da Hollywood: 800.000 sono i giovanotti che hanno risposto all’appello della Fox Film per trovare un sosia di Valentino. Finalmente, dopo un mese di eliminatorie e chilometri di provini, è stato dichiarato vincitore un giovane italiano: Alberto Rabagliota».

Ero l’uomo più felice del mondo! Anche se avevano detto “Rabagliotto”, che cosa poteva importarmi?

Di lì a poco sarei stato una celebrità mondiale. Il mio nome avrebbe figurato a caratteri di scatola sulle locandine dei cinema di tutto il mondo. Mi imbarcai per New York vestito a nuovo. Quando la nave approdò, una folla aspettava in tripudio. Salutai, salutai agitando la mano.

La folla premette verso la passerella, si raccolse attorno all’attore John Barrymore che aveva viaggiato sulla stessa nave e se ne andò con lui. Io restai solo sulla banchina con tutte le mie valige.

Quando si ricordarono di aver indetto il concorso di cui stava arrivando il vincitore, cioè io, si affrettarono a rimediare. Per due anni vissi come un nababbo: con villa con grande parco, tre automobili fuoriserie, cinque persone di servizio e donne di tutte le misure e colori. M’innamorai della signorina della quinta, della sesta, della settima, fino alla novantaduesima strada. Ma film niente. Nessuno pensava di farmi lavorare. Cominciai ad avere nostalgia della mia Milano. Ero a Hollywood, col successo a portata di mano, ma non sapevo acchiapparlo. Vivevo con rimpianto le mie notti illuminate da quella luna malinconica che proprio allora avevano composto Rodgers e Hart. Venne la crisi di Wall Street e si abbatté maggiormente su me, che ero già tanto in crisi per conto mio: il contratto con la Fox, purtroppo, fu annullato e due mesi dopo lavavo i piatti in un ristorante italiano.

Riuscii a raggranellare i pochi soldi per tornare indietro. Ah! Finalmente di nuovo in Italia! Era il 1930.

Mi guardai intorno e il panorama non era allettante. Cercai di introdurmi nel cinema. Dopotutto ero il sostituto di Rodolfo Valentino, no? Ma nessuno si ricordava più di me. Anzi: non avevano mai saputo chi fossi. Eh, ma… un lavoro, tuttavia, lo trovai.

Erano cartoline: quelle col cuore e con le rose e in primo piano. Chissà quanti di voi mi hanno affrancato e spedito alla propria innamorata! Era un lavoro un po’ cretino, lo so, ma ci campai per diverso tempo. Diventai un divetto del ramo. Non c’era sartina che non mi tenesse sotto il cuscino, un po’ perché la cartolina l’aveva spedita il fidanzato, un po’ perché le piacevo anch’io…

Chi non ricorda la Signorina grandi firme? Fu una specie di feroce Saladino del sesso, una dolce follia che fece vibrare gli italiani per qualcosa che non fosse una volta tanto la solita adunata oceanica. Fu proprio in quel periodo che a Venezia io conobbi i ragazzi della più grande e famosa orchestra del mondo di genere sudamericano, e cioè i Lecuona Cuban Boys. Provai a cantare, non l’avevo mai fatto prima: andai bene. Mi misero addosso un bolerino da cubano, due maracas e fui scritturato come cantante.

Mi piaceva cantare e soprattutto piaceva agli altri. In poco tempo diventai la stella dei Lecuona e fu in quel periodo che misi nel mio repertorio quella Maria la O che mi avrebbe lanciato qualche anno dopo anche in Italia. Intanto, la Signorina grandi firme era tramontata, per lasciare il posto ad un personaggio che era il suo esatto contrario: Tecla.

Nel 1939 incontrai Giovanni D’anzi e fu la mia fortuna. Fu lui a presentarmi alla casa discografica Cetra, che mi fece incidere i primi dischi.

«Hai comprato il disco di quel nuovo cantante?»

«Chi, Otello Boccaccini?»

«No, Boccaccini canta gli stornelli! Quello che dico io è moderno, ha una voce nuova, tutta speciale! Aspetta, come si chiama… ah, sì! Alberto Rabeglioti!»

Avevano ancora storpiato il mio nome, ma stavolta, veramente, non aveva importanza. Il successo dei miei dischi fu immediato e travolgente. Finalmente mi vollero alla radio.

A quei tempi la radio si chiamava “Eiar” e c’era chi diceva che la sigla volesse dire “Ente italiano audizioni Rabagliati”, perché io imperversavo dalla mattina alla sera. E mentre il Trio Lescano cantava Anna, io, più esoticamente, cambiavo “Anna” in Annie. Mentre Dea Garbaccio cantava il fiabesco nome di Biancastella, io, più pazzerellone e swingoso, cantavo il simpatico nome di Ochùn. E mentre Carlo Buti, Carlo Moreno, Oscar Carboni e Gino Del Signore avevano cantato una valanga di canzoni a “Maria”, io, rivoluzionario, mi misi a cantare Oi Marì. A quei tempi molte donne si chiamavano Diana: era un nome austero, che faceva molto Ventennio. Beh, io lo cambiai in Daina. Luciana Dolliver nel 1940 era già una grande “stella di ieri”, però la sua canzone più celebre era ancora di moda (Bambina innamorata). Io volli cantarla per rendere un galante omaggio alla grande e indimenticabile Luciana.

Ricordate la celebre Amapola? L’aveva cantata Tito Schipa, poi Carlo Buti e volli cantarla pure io. In quanti dicemmo i famosi versi “Abbassa la tua radio per favore, se vuoi sentire i battiti del mio cuore”! Cominciò Michele Montanari, poi arrivò Nuccia Natali… e infine, piatto ricco mi ci ficco, la cantai anch’io.

Intanto la guerra era scoppiata. La dolce e nostalgica voce di Lina Termini cominciò a cantare Lilì Marlene con sempre maggior frequenza dai microfoni dell’Eiar. Io avevo ormai un programma personale quotidiano, nel quale continuavo a lanciare successi, successi a getto continuo. L’immediato dopoguerra determinò un nuovo boom per i cantanti di guerra: Dea Garbaccio si rifece viva con Amor, amor, amor, Ernesto Bonino cantò la prima canzone di Luttazzi (Il giovanotto matto). Natalino Otto lanciò quell’enorme successo che diceva “solo me ne vo’ per la città…”. Anche Carlo Buti si riaffacciò ai microfoni e qualche nome nuovo cominciò la sua carriera, come Bruno Pallesi. E io? Io intonavo le note di quella dolcissima canzone che diceva “buonanotte, angelo mio…”.

Mah, chi lo sa. Forse qualcosa era cambiato. Forse si era spezzato quel filo dorato di spensieratezza. La vecchia radio degli anni ’40 era tramontata per sempre e si era portata via tutte le più belle canzoni, tutti i più bei motivi, indimenticabili, semplici, dolcissimi e teneri. Per noi, vecchi divi del microfono, cominciò un lento e inesorabile declino. Sì, perché nasconderlo? Non è mica un peccato, il tramonto! Anzi, è il momento più bello della giornata. Quando si ha la certezza di aver brillato nel cielo per tanti e tanti anni, non è spiacevole tramontare. La luce del tramonto è intensa, corposa, può mandare ancora dei raggi di una luce intensissima. E io, i miei raggi, riesco a mandarli ancora oggi che sono passati 35 anni dal mio debutto come cantante.